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Origini della Gnaga

La nascita

In ogni periodo nasce un capogruppo, oggi si direbbe un "leader", una mente trascinante che porta nuove idee e coinvolge il resto dei giovani in manifestazioni diverse, quali una mascherata, la nascita di una società sportiva, l'avvio di qualche manifestazione culturale e sociale.

Nell'anno 1897 Toldo Valentino (detto Nin di Rosa perché apparteneva a detta famiglia) prese dalla culla il proprio figlioletto Giuseppe e diede inizio a questa simpatica carrellata attraverso le case e gli stretti vicoli del paese.

Gnaga 1949

Il periodo era propizio: si stava attenuando la grande carestia che aveva visto l'aumento incontrollato della popolazione con conseguente fame endemica, rallentava il fenomeno delle partenze dolorose verso le Americhe, la nascente attività commerciale nei territori controllati dalla monarchia asburgica portava i primi benefici e ed affievoliva i morsi dello stomaco; in questa rinascita c'era così spazio anche per rallegrare lo spirito.

Il Nin di Rosa, un valente scalpellino, come i suoi coetanei aveva girato l'Europa, trascorrendo le sue stagioni per lo più nella Svizzera Romancia. Qui Valentino si appropriò delle tradizioni culturali del paese ospitante, operazione facilitata anche dal fatto che egli vi aveva trovato un tessuto culturale che era molto simile al suo.

Non bisogna poi dimenticare che egli era di natura allegro e burlone; i non più giovani ricorderanno un sonetto da lui composto e cantato sull'aria di una canzone meneghina:

"E gira la ruota gira
l'é qua anca 'I Nin di Rosa
sel puoi ciapà cinq ghei
da se sfamà i budei".

Gnaga 1949

Nei mesi invernali girava la vallata facendo l'arrotino per risparmiare la somma guadagnata all'estero che non doveva comunque essere abbondante. Nella prima apparizione della mascherata "fornesigana", Valentino indossa il vestito buono, forse quello nero "nuzial", ed insieme ad un gruppo che all'inizio era senz'altro più ristretto e accompagnato da qualche musicante, dà il via ad una tradizione che in seguito diventerà di competenza dei coscritti.

Infatti chi più dei ventenni sente la necessità di sfogare la propria esuberanza in un'allegra carnevalata. Se i coscritti non erano in numero sufficiente, si ricorreva alle classi precedenti o seguenti, attingendo comunque anche fuori da queste i personaggi ritenuti più idonei alla sfilata. Luigi Costantin, Gigiota, fu addirittura insignito di una simbolica medaglia d'argento per i venticinque anni di servizio prestati nella parte della Gnaga: era la maschera di maggior fatica perché calzava un paio di dambre di legno, lunghe fino a mezzo metro, abbellite con corna di capra e lustrini vari.

La Gnaga proseguirà così fino ad esaurimento della vena "goliardica", perché i coscritti degli anni 65/70, oltre a non avere un capo, non sentivano nemmeno più gli stimoli per approntare un corteo carnevalesco, visto che la società non imponeva più di divertirsi, ma offriva i mezzi di locomozione per avvicinarsi ai divertimenti stessi.

Il corteo mascherato

Il corteo mascherato iniziava dalle case alte del paese, e cercando di non dimenticare nessuno, neanche il più coco, passava dalla scuola a prelevare gli scolari. Gnaga 1949 Qui il Matazìn aveva provveduto a tener desti i marmocchi e avvisato la maestra che l’ultimo di Carnevale a Fornesighe era vacanza comandata, indipendentemente dalle circolari giunte da Roma.

La mascherata concludeva il giro del villaggio e scendeva le gavade fino a Villanova, frazione gemella; poi attraverso il Pont da Pra saliva fino a Dozza e Pieve a visitare le osterie, prodighe anche col coco, e sostava poi perla foto dal Franco Casal. Ritornava, passando per Fedele e con tappa a Bragarezza, o meglio alle due o tre osterie, e qui esauriva la sua carica euforica.

I ragazzi al seguito aiutavano, nella risalita delle gavade, a trasportare il materiale ingombrante, come le smisurate dambre della Gnaga. Poi tutti a pranzo dalle coscritte. e fine della carnevalata.

La sera, rimessi gli abiti civili tutti al ballo a Forno. con andata e ritorno a piedi. Il ritorno alle prime ore del mattino, con qualche grado sotto zero, serviva anche a smaltire gli eccessi di giornata. Il giorno seguente dopo le ceneri, si riconsegnavano gli oggetti presi a prestito e si passava l'ideale testimone ai coscritti dell'anno successivo.

I personaggi

La Gnaga

La gnaga è un personaggio tipico zoldano, dotato di doppio corpo, ma congegnato in modo tale da trarre in inganno non essendo possibile distinguere le parti vive del personaggio da quelle aggiuntive. Il portatore si infila in una gerla sfondata, alla quale, davanti ha aggiunto un finto busto di donna con le braccia; le gambe sono coperte con un'ampia gonna frangiata e "gremal". Indossa una vecchia giacca, in testa un cappellaccio e copre il viso con un volto. Se coordina bene i movimenti pare che la donna posticcia aggiunta sul davanti, porti il vecchio dentro la gerla. Le dambre erano enormi e pesanti e l'abbellimento dipendeva dall'estro dell'esecutore.

Al coco

 Era il personaggio che indossava un vecchio vestito di meta-lana; il volto era ricavato da pelle di pecora bianca, così da far sembrare il personaggio un vegliardo. Seguiva la compagnia con un cesto, nel quale la gente versava l'obolo, in maggior parte uova (da cui il nome), ma anche prodotti caseari o denaro. Col contenuto del cesto la compagnia organizzava e pagava il pranzo.

Al nuiz

Veniva scelto tra i coscritti, era l'elemento di maggior carisma, di bella presenza, vestiva in nero con cappello a cilindro. il vestito nuizal era preso a prestito in qualche famiglia; quello di casa nostra dopo 30 anni di servizio è ancora appeso, ordina, in attesa di clienti. Il cappello a cilindro veniva prestato dalla famiglia De Pellegrin Pietro Antonio (de Col), ed il bastone da passeggio dagli eredi di un illustre pievano.

La Nuiza

Si trattava in realtà di un individuo maschio, spesso scelto per i suoi lineamenti femminei, ma a volte proprio in contrasto con marcati attributi maschili, specie sulle gambe, così da rendere più grottesco e spassoso il contrasto. I suoi vestiti seguivano l’andamento della moda senza coerenza col partner, ed erano prestati da conoscenti.

Al vege

è forse la maschera più genuinamente zoldana. pochi ricorderanno, ma la tradizione dei volti, maschere in legno lavorate e dipinte, era di casa anche da noi. A forno ricordiamo quelle del Nente di Pascai, ma anche a Bragherezza e Fornesighe in molte famiglie si lavorava ai volti. Bastava mette quel volto con contorno di pelle di pecora nera e indossare il vestario che si usava nell'accudire il bestiame e si era dui in maschera. Gli Zorro e i Superman esistevano per noi come nei libri di Giulio Verne.

Al matazin

È una maschera di origine iberica, che con la supremazia spagnola sull’Europa settecentesca si impose sia in Italia (matazinada si trova in testi volgari veneziani del ‘600), sia in Europa: infatti i Nain della Foresta Nera, del Lago di Costanza e della Svizzera sono la medesima cosa. Nella nostra carnevalata non vestiva abiti così sontuosi, con colletto bianco e pieghe, ma piuttosto si avvicinava ad Arlecchino per il vestito a pezze, spesso non aggiunte, e la vistosa bardatura di brondine che agitava nel suo andare, facendo da avanguardia al resto della compagnia.

Al compare

Vestiva in nero come il nuiz, con bombetta (di Arturo De Pellegrin Nadal) e bastone di ligustro.

Gnaga 1949

La comare

Vestiva alla zoldana, con fazzoletto chiaro a frange in testa e nel "porta-enfant" teneva una bambola della grandezza di un neonato. Ai curiosi che volevano vedere la popa il compare sollevava la coperta che doveva proteggere l'infante, e la comare, azionando una pompetta da clistere, faceva vedere che era un popo, spruzzando la faccia dei curiosi ficcanaso.

L'ampezana

In seguito, per arricchire il gruppo o semplicemente per dar posto a qualche escluso, si inserì questa figura, sempre interpretata da un maschio. Il vestito e cappello tipico venivano dai Traiber de Sot di Villanova, presso cui era venuta in seconde nozze una Dadiè di Cortina. Quindi la disponibilità di un costume insolito creava il personaggio.

I sonador

I musici venivano ingaggiati a stipendio zero ed allegravano la mascherata intrattenendo le famiglie ed i curiosi negli ingressi, dove si improvvisavano anche coppie di ballerini. L'abbigliamento era un incrocio tra un gaucho argentino e un mariacho messicano, sombreri di paglia della Maria Davide, stivali da gerarca con speroni, calzoni da fantino, camicie da "cow-boy", con fazzoletto annodato al collo, occhiali da sole; e per chi non ne era fornito: baffi e basettoni fatti con le bronze.

Le coscritte

Se ne stavano nella casa designata a preparare il pranzo, dopo aver provveduto alla colazione del mattino e alla vestizione dei coscritti.

Aldo Mosena

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